La vecchia (o la filatrice)
una figura che appare costantemente in tutta Europa, come Baba Yaga, La Befana o tre moire che filano il filo della vita.
A partire dall'autunno e per tutto l'inverno, la natura è più stanca, ne ha dato tutto durante l'anno e quindi è invecchiata. È come un ramo secco pronto per essere bruciato per poi rinascere dalle ceneri come nuova vita.
L'oscurità cresce nell'anno che si chiude, le foglie cadono, è tempo dei sogni e anche del contatto con l'aldilà. I morti sono più vicini nell'oscurità.
Emergere significa ricominciare il ciclo: dal seme. Ma per piantare il seme, avremo bisogno di terra fertile, terreno che tiene il vecchio, terreno fatto delle ossa.
La vecchia è la grande antenata e perciò l’ultima, quella che seppellisce e piange, quindi ci collega anche alle tradizioni del lutto, alla figura delle praeficiae, donne come dolenti professioniste. Corajisima piange il marito Carnevale e ci indica un periodo di digiuno, di proibizione, di silenzio e meditazione. Vito Teti, antropologo e scrittore calabrese, ci ricorda che c’è potere nella fame rituale, specialmente in tempi di consumo eccessivo.
Filare è una parte importante della vita che abbiamo perso dopo la rivoluzione industriale, per quanto liberatoria possa essere stata, la produzione tessile era una parte della vita che coinvolgeva principalmente il lavoro femminile. Le donne raccoglievano la fibra, la lavoravano, la filavano e la tessevano. In Calabria, oltre alla lana, anche molte piante medicinali sono legate ai tessuti: cannabis, ortica, ginestra e gelso come cibo per il baco da seta. Il rapporto con il paesaggio era onnicomprensivo: le stesse piante alleate che ti nutrivano e ti guarivano, ti vestivano pure.
Questi fili si tessono insieme per vincolarci al territorio di forma profonda. Per questo ho rappresentato il filo della vecchia come un filo argentato che corre come radice e micelio, ragnatela e treccia.